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Il Popolo Resiano, lotta contro l'imposizione all'appartenenza alla Minoranza Nazionale Slovena

giovedì 3 marzo 2016

Boris Pahor : UNA CONTINUA DELUSIONE

Ancora una volta,il Signor Pahor perde l'occasione di parlare con senso di responsabilità. Sono quasi 103 i suoi anni,ma il difettino di non dire tutta la verità e di non essere più sensibile nei suoi ragionamenti non l'ha perduta. Ve lo ricordate il suo pensiero a riguardo della elezione di un Sindaco di colore in Slovenia? (
“Abbiamo dato tanto per quel pezzo di terra e adesso abbiamo un sindaco nero. Dio mio, dov’è in tutto ciò la coscienza nazionale? Se hanno già eletto un non sloveno avrebbero dovuto votare un membro della comunità italiana che vive lì. Far diventare uno straniero sindaco è un cattivo segno”. Ebbene di seguito pubblico l'Articolo apparso sul Messaggero Veneto del 2 marzo 2016 dove,per l'ennesima volta, espone il suo pensiero senza prima pensare,meditare e misurare il tutto dinanzi a una platea di giovani studenti. 


La lezione di Pahor ai giovani gemonesi: mai stancarsi di lottare

L’incontro con lo scrittore centenario al Magrini-Marchetti. Presentato il libro nato dalle interviste fatte dagli studenti
«Dante non aveva la camicia nera». Boris Pahor, l’autore di “Necropoli”, ha insegnato agli studenti dell’istituto Magrini-Marchetti la lotta contro i "fascismi", quelli che ha combattuto nel corso di tutta la sua lunga vita.
È il senso di “Quello che ho da dirvi” (Editore Nuovadimensione), il libro nato dalle interviste che gli studenti della scuola gemonese hanno realizzato con lui sotto la supervisione dei loro insegnanti Angelo Floramo, Alberto Vidon e Flavia Valerio.
La sua lotta contro il fascismo Pahor l’ha ribadita ieri nell’aula magna gremita dell’istituto, dove per oltre un’ora ha parlato raccontando come un fiume in piena la sua lunga storia di vita. Lui voleva lasciare quel messaggio alle nuove generazioni: «Il fatto è - ha detto lo scrittore - che il fascismo in Italia si conosce per quanto è accaduto a Gramsci, a Matteotti, ma non si conosce il fascismo della Venezia Giulia. Si voleva che gli sloveni e i croati sparissero.
Oggi, se sulla nostra carta d’identità c’è scritto “cittadinanza” e non “nazionalità” è perché ci sono comunità che non vogliono essere italiane». Lo ha detto in nome di un alto obiettivo culturale, esprimendo un rallegrato consenso quando uno di quegli studenti protagonisti di questa avventura editoriale, Matteo, ha raccontato di aver imparato che «la cultura è uno stimolo per conoscere gli altri, ancora di più in una società in movimento».
L’insegnamento di Pahor è fondato sulla memoria, sull’esperienza vissuta, frutto di una lunga vita che ad agosto lo porterà a compiere ben 103 anni, e che ancora oggi gli ha lasciato una incredibile lucidità nel ricordare perfettamente quanto accaduto un secolo fa: «Avevo 7 anni – ha raccontato – quando bruciarono la casa delle cultura slovena: erano 12 finestre da un lato e 12 dall’altro che bruciavano. E tutto su un edificio di sei piani. Trieste era destinata a diventare la capitale della Slovenia se non andava in malora l’Austria».
Ecco la verità di Pahor, quello che lo ha costretto spesso alla berlina per le sue affermazioni, a cui, come ha voluto ricordare, nessuno ha mai risposto, e forse perché era vero ciò che raccontava.
Nel corso dell’incontro lo scrittore ha ricamato aneddoti della sua esperienza di lotta sui diritti richiamando perfino le mancate risposte del già presidente della Repubblica Napolitano, e senza dimenticare i mancati esiti del lavoro svolto dalla Commissione storica italiana e slovena istituita dopo la seconda guerra mondiale: «Certo - ha detto - ci sono stati i fatti del 1945 a Trieste, c’è stato chi è finito nelle foibe.
Ma prima c’era Treviso, Chiesa Nuova vicino a Padova, Rab, poi divenuta Arbe dalle parti di Fiume, e ci fu Gonars: là sono morti in 400. Era il luogo dove si mandava la popolazione studentesca di Lubiana».
Insomma, per i ragazzi del Magrini-Marchetti è stato un vero e proprio confronto serrato con la storia, quella che ha lasciato cicatrici sulla pelle, con l’anziano scrittore che ha pure raccontato la sua lotta a difesa delle minoranze etniche
«Sono diventato - ha raccontato Pahor - presidente onorario dell’associazione per la difesa delle lingue e culture minacciate. Abbiamo difeso le minoranze in Spagna, in Italia, dove ne sono state riconosciute 12. La Francia non ne ha ancora riconosciuta nessuna. È una specie di fascismo». Una lunga lezione di vita che ha le sue radici anche nel presente quando Boris Pahor parla dell’Isis ricordando le colpe dell’Occidente, e si chiede «come si possa risolvere il fuggi-fuggi attraverso un patto con la Turchia».
«Bisogna stare attenti - ha concluso - quando i diritti acquisiti sembrano fuggire. Il globalismo oggi deve rispettare anche il particolare, che va difeso facendo in modo che possa sviluppare il massimo della sua cultura. Non si può fare repulisti dell’altro. L'uomo deve essere ricco dell’insegnamento del passato. Tutte le identità hanno diritto di esistere anche se purtroppo ogni anno muoiono molte lingue».
Leggendo attentamente questo articolo posso solo dire che in me c'è tanta delusione.

Altra occasione mancata da parte di Pahor,per pensare,meditare e pesare le sue parole. Quando dice che tutte le identità hanno diritto di esistere, mi viene in mente il suo atteggiamento nei confronti dei Resiani da Lui,e i suoi Amici, obbligati a far parte della Legge che considera i Resiani Sloveni. La ricerca sul DNA ha dimostrato che i Resiani non sono neanche lontani parenti degli Sloveni, sbugiardando l'ottusità di questo personaggio. Che impari veramente a rispettare chi non la pensa come lui. C'è sempre tempo per capire.

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