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venerdì 4 marzo 2016

Boris Pahor

Articolo di Franco Tosoni

Dopo aver letto QUESTO ARTICOLO .......................ecco.......

Quello che ho da dirvi

Chi è Boris Pahor? Un personaggio ambiguo e indefinibile per come interpreta le sue origini  e per come si definisce. E’ uno scrittore sloveno con cittadinanza italiana, nato a Trieste il 26 agosto 1913, un ultracentenario che ancora adesso è alla ricerca di una sua vera identità. Il giorno del ricongiungimento della città di Trieste all’Italia, legge come una condanna per il suo popolo sloveno, elogiando tutti coloro che combatterono nelle file dell’esercito austriaco contro l’Italia.
Nel 1940 è chiamato alle armi nel Regio Esercito Italiano ed inviato al fronte in Libia. Dopo l’8 settembre ’43 militò nel Fronte di liberazione nazionale jugoslavo ed entrò in contatto con diversi esponenti comunisti d'oltreconfine. È particolarmente interessante la sua descrizione di Trieste, liberata il 1° maggio 1945 dall’esercito jugoslavo. La città, scrive Boris Pahor, ha sentimenti opposti: «Noi sloveni eravamo felici, gli italiani erano divisi». Ma l’autore non visse quei giorni nel capoluogo giuliano, era lontano dalla città, in un sanatorio nei pressi di Parigi.  Nel 1954 Trieste viene restituita all’Italia e Pahor racconta con risentimento le manifestazioni di giubilo mentre nelle strade la gente canta «Le ragazze di Trieste», si sente offeso, minacciato. Aveva abbracciato con passione le mire di Tito, che voleva fare di Trieste la settima repubblica jugoslava. Questa ferita, che non fu mai emarginata, lo spinge a diventare un negazionista sulle foibe. Nel suo libro – Figlio di nessuno – un’autobiografia a tratti romanzata e a tratti forzosamente piegata proprio a quel sentimento, dipinge con orrore un secolo d’Italia a Trieste. Nell’ultimo capitolo del libro, assunto a testamento spirituale, Pahor si trasforma in un ultra nazionalista.
Ora, con il suo ultimo libro «Quello che ho da dirvi», libro che verrà presentato agli studenti dell’Isis Magrini-Marchetti di Gemona, vista l’ambiguità ed il trasformismo di questo personaggio ultracentenario, oltre alla sua vita vissuta tra opportunismo ed equilibrismo, cosa potrà ancora aggiungere sulla sua fede slovena, il suo ultra nazionalismo sloveno ed il suo convincimento confuso del negazionismo sulle foibe?
Cosa può insegnare e spiegare ancora agli studenti di questo Istituto una persona, con tutto il rispetto della sua veneranda età, di nazionalità italiana, ma che non ha mai amato l’Italia e gli italiani? Qualcuno crede ancora nelle favole, ma questa purtroppo è una realtà romanzata e raccontata da un dispensatore di illusioni revansciste e di dissenso.

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