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Il Popolo Resiano, lotta contro l'imposizione all'appartenenza alla Minoranza Nazionale Slovena

venerdì 22 febbraio 2008

PER CAPIRE LA QUESTIONE KOSOVO

Per capire la questione del Kosovo, che domenica ha proclamato l'indipendenza dalla Serbia, le sue origini e le sue implicazioni, bisogna fare qualche passo indietro. Nel 1990, dopo il crollo dell'Urss, Slovenia e Croazia dichiarano la propria secessione dalla Jugoslavia. La comunità internazionale (Usa, Germania e Vaticano in testa) si affrettò a riconoscere i due nuovi Stati. Allora i serbi di Bosnia chiesero a loro volta la secessione. Una Bosnia multietnica, a guida musulmana, aveva infatti ragion d'essere solo all'interno di una Jugoslavia multietnica che invece non esisteva più. Ma la comunità internazionale negò ai serbi ciò che aveva così prontamente accordato a sloveni e croati. E i serbi di Bosnia scesero in guerra che stavano largamente vincendo, perché, sul terreno sono i migliori combattenti del mondo e perché potevano contare sul retroterra della madrepatria di Belgrado (come peraltro anche i croati con Zagabria), mentre i musulmani erano isolati a parte qualche aiuto saltuario dall'Iran.

Fu una guerra sanguinosa. Ma agli europei e agli Usa la vittoria dei serbi non andava bene (erano rimasti gli ultimi quasi-comunisti d'Europa). Intervenne la Nato e capovolse il verdetto del campo di battaglia: i vincitori divennero i vinti. Il presidente croato Tudjman ne approfittò per realizzare la più colossale "pulizia etnica" dei Balcani cacciando, in un solo giorno, 800 mila serbi dalla krajne.


L'indebolimento della Serbia attizzò l'idipendentismo degli albanesi del Kosovo. In questa regione, da secoli giuridicamente e storicamente serba, erano diventati nel corso del tempo la maggioranza. Nel 1998 cominciò la guerriglia dell'Uck, armata dagli Usa, che faceva ampio uso del terrorismo, cui l'esercito di Belgrado rispondeva con altrettanta violenza. Si trovavano quindi di fronte due ragioni, quella dell'indipendentismo e quella di uno Stato sovrano a difendere l'integrità del proprio territorio, che i due contendenti avrebbero dovuto risolversi fra loro, anche con le armi. Ma gli Stati Uniti avevano deciso che i cattivi erano i serbi. Contro al volontà dell'Onu e violando il principio di diritto internazionale, fino ad allora mai messo in discussione, della non ingerenza negli affari interni di uno Stato sovrano, la Nato, con l'Italia a fare da «palo», bombardò per 72 giorni una grande capitale europea come Belgrado, finché i serbi dovettero arrendersi.


Quella alla Serbia di Milosevic è stata una guerra stolta. Sia dal punto di vista nostro, nazionale, che internazionale. Con la Serbia noi non abbiamo mai avuto contenziosi (mentre con la Croazia sì), ma anzi ottimi rapporti che risalgono all'alleanza nella prima guerra mondiale e al fatto che ai primi del '900 i serbi guardavano all'unità nazionale italiana come a un modello per la loro, non ancora raggiunta ma a parte queste ragioni storiche, la Serbia del «gendarme» Milosevic, checché se ne sia sempre scritto in contrario, era un fattore di controllo nei Balcani. Ora in Kosovo, in Bosnia, in Albania, in Macedonia, in Montenegro concrescono indisturbate colossali organizzazioni criminali che vanno a concludere i loro primi affari nel Paese vicino più ricco, l'Italia.


Durante la gestione Nato del Kosovo si è realizzato, sotto gli occhi complici della Kfor, un'altra grande «pulizia etnica»: vi vivevano 360 mila serbi, ora sono 60 mila. Ma l'aspetto più grottesco è che siamo andati a favorire nei Balcani proprio quella componente musulmana, a danno di quella cristiana, che adesso ci fa tanta paura e provoca le isterie «Fallaci-style».


Infine l'aver abbattuto il principio dell'intangibilità dei confini incoraggerà l'indipendentismo di tutti quei gruppi etnici che nei Balcani, in Bulgaria, in Macedonia, in Bosnia, in Romania, sono minoranza di uno Stato ma maggioranza in una sua regione. Con quale coerenza si negherà loro ciò che è stato concesso ai kosovari? e a maggior ragione a quei popoli, i baschi, i corsi, gli irlandesi del nord, i ceceni, i curdi, che, a differenza degli immigrati albanesi in Kosovo, sono radicati da sempre su un territorio che è loro? Ecco cosa prefigura l'apparentemente irrilevante indipendenza del piccolo Kosovo.


Tratto dal Gazzettino del 22 febbraio 2008



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CARTINA DELLA EX JUGOSLAVIA CON I NUOVI STATI E LA LOCALIZZAZIONE DEL KOSOVO.

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(KosovoCompromise Staff) Thursday, February 21, 2008

Ringrazio per la concessione delle foto il responsabile del sito www.blogticino.ch/ifd/ 


«C'era una volta un Pa­ese...», dice Ivan nel finale di Under­ground, quando l'isolotto si stacca e tra­scina tutti sul Danubio. «C'è ancora un Paese che si chiama Serbia», dice Emir Kusturica nella sua casa di Kustendorf, quell'impresa alla Fitzcarraldo che da Hollywood l'ha portato sulle Alpi Dinariche a investire due milioni e costruirsi una sua Città Ideale tutta di legno.


Il Kosovo è indipendente da una setti­mana, anche l'ultimo pezzo della fu Ju­goslavia se n'è andato e questa dissol­venza non fa dormire Emir. Dopo 53 an­ni, un Leone d'Oro a Venezia e due Pal­me d'Oro a Cannes, neanche la serata degli Oscar lo risolleva. Pristina Dream: «Giovedì ero in piazza a Belgrado. Sono salito sul palco. Ho parlato col cuore. So­no contro quest'idea che fa passare i ser­bi per un popolo primitivo, distrutti­vo».

Farebbe un film sul Kosovo?


«Se serve un videogame, lo faccio. Un film classico non è possibile. La mi­tologia del Kosovo è qualcosa di molto spirituale. Adesso vado in Messico a gi­rare "Gli amici di Pancho Villa". Un'altra mitologia».




E in Kosovo ci andrà?


«L'ultima volta, ci sono stato cinque anni fa. A Mitrovica faticano a costruire qualcosa. Ma sanno anche loro che il mi­to è più importante della realtà. Il no­stro cervello non si nutre solo dell'og­gi. Come potreste avere un presen­te, voi italiani, se vi togliessero Venezia o Roma? C'è un altro mito che ci fa sperare: Davide contro Golia. Il gigan­te cade, più che per il sasso, per la sua presunzione».



 



 Il gigante sta scegliendo un nuovo leader...

Perché, in politica non entrerebbe?


«No. Sono solo un effetto collaterale. Sono il partito di Kusturica».


Tratto dal Corriere della Sera del 25-2-2008





«Spero  in Obama. Ho molta simpa­tia. Vorrei che l'America fosse guidata da uno con una concezione umanistica della storia, capace di parlare ai popo­li».



 Non crede che in Serbia sia manca­to un esame di coscienza collettivo, co­me lo fecero i tedeschi dopo il nazi­smo? Nessuno ha mai chiesto scusa di tre guerre e migliaia di morti.



«Questo non è accettabile. Possiamo parlare giorni di Milosevic e dei capitoli spregevoli della storia serba. Ma non puoi spiegare con Milosevic quel che è successo il 17 febbraio in Kosovo. Per­ché non tirare in ballo Tito o i turchi, allora? La tragedia del Kosovo è legata alla più grande base dei Balcani, Bondsteel, costruita laggiù dagli americani. Sui media occidentali non se ne parla mai: sempre e solo colpa di Milosevic. Non c'è intelligenza. Non fa capire per­ché il caso Kosovo stia diventando un modello, che so, per i baschi: anche lì si spiega tutto con Franco?».


 


Ma la Serbia sta diventando il mi­glior alleato di Putin?


«La migliore posizione serba è con l'Est e senza l'Est. Lo capì Tito. Putin può avere un ruolo positivo, ma non possiamo diventare una succursale rus­sa. Perché domani a Mosca può arrivare qualcuno che se ne infischia della Ser­bia. Noi abbiamo bisogno d'una relazio­ne stabile con l'Europa. Però queste co­se deve chiederle a un politico».


 



 Beh, dopo il suo discorso gli hooli­gan sono andati a incendiare l'amba­sciata americana...


«Condanno  quel gesto. Ma l'incendio di un'ambasciata non è lontanamente paragonabile alla distruzione che i serbi sopportano da anni. La stessa distrazio­ne esportata in Iraq. Voi giornalisti lo chiedevate sempre agli americani: per­ché non proteggete la culla della civiltà mesopotamica? Loro vi rispondevano sempre: sorry, ma questa non è la no­stra civiltà. Ora, nessuno che domandi agli americani: perché non proteggete la culla della civiltà serba? Il cinismo del Pentagono vi ha contagiati tutti».


 


Tira aria di guerra fredda.


«Il problema Kosovo parla a tutti. C'entra la differenza di culture, l'accetta-zione d'un patrimonio diverso. Le chie­se, i monasteri, i poeti sono cultura europea. Ma gli americani non rispettano la cultura che non riconoscono come propria. E dov'è l'Onu che deve battersi per le società multietniche? Nessun eu­ropeo può accettare che un mondo ven­ga distratto».


 


Distruzione? Nessuno sta toccando i serbi...


«Parlo  d'un Paese messo nell'angolo buio del mondo. Eppure abbiamo dato il genio d'un Ivo Andric, siamo una co­lonna d'Europa. Non siamo l'Africa, né guerrafondai. Siamo come gli altri euro­pei».




Però c'è un'intellettuale serba come Natasha Kandic che è per l'indipen­denza di Pristina ed è minacciata di morte...


«Amico mio, sono il primo a difende­re il diritto di Natasha a parlare. Ma bi­sogna dirlo: questi non sono intellettua­li. E gente pagata da Soros (il miliarda­rio americano, ndr)».


 


Lei ce l'ha con l'America, ma a lei l'America ha dato molto...


«Io rispetto il mito di Hollywood. Non la Hollywood di oggi, ma quella del passato sì: è un mio mito. Come lo è il Kosovo. Ad Angelina Jolie, nessuno si sogna di togliere Frank Capra. Allora nessuno uccida la mia mitologia».


 


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